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Orari

Sante Messe

- Feriale: 8.30 - 18.00
- Prefestiva: 18.00
- Festiva: 7.30 - 9.00 - 10.30 - 18.00

Catechesi

Elementari
- Prima e Seconda (ACR): da definire
- Terza: giovedì 16:45 - 18.00
- Quarta: venerdì 16:45 - 17:45
- Quinta: martedì 16:45 - 18:00
Medie
- Prima: mercoledì 16.45 -18:00
- Seconda e Terza (sirio): mercoledì 20:30 - 22:00
Adolescenti - 18/19enni
-lunedì 20:30 - 21:30

Parrocchia

Segreteria parrochiale

- Da Lunedì a Venerdì dalle 9:00 alle 11:00 - dalle 17.00 alle 19.00
- Sabato dalle 9:00 alle 11:00

Oratorio

Il bar dell'oratorio è aperto i seguenti giorni con i seguenti orari:

- Lunedì dalle 20:30 alle 23:00
- Martedì dalle 20:30 alle 23:00
- Mercoledì dalle 20:30 alle 23:00
- Venerdì dalle 20:30 alle 23:00
- Sabato dalle 14:30 alle 16:30 e dalle 20:30 alle 23:00
- Domenica dalle 14:00 alle 19:00

Segreteria dell'Oratorio

- Lunedì dalle 20:30 alle 22:30
- Martedì dalle 16:30 alle 18:15
- Mercoledì dalle 16:30 alle 18:15
- Giovedì dalle 16:30 alle 18:15
- Venerdì dalle 16:30 alle 18:15 e dalle 20:30 alle 22:30
- Domenica dalle 16:00 alle 18:00

Battesimi

Ogni prima domenica del mese

Corso di preparazione al Matrimonio Cristiano

Dal 25 Gennaio 2010 al 27 Marzo 2010.
Iscrizioni presso la segreteria parrocchiale.

 

 

 

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Siamo chiamati alla memoria e alla consapevolezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberto   

QUEGLI «IMPOSSIBILI» MARTIRI E
LA NOSTRA LIBERTÀ TALORA SPRECATA

«Davvero anche il nostro è tempo di martiri, per quanto ai popoli della libertà talo­ra sprecata possa sembrare incre­dibile, e quasi impossibile». L’an­notazione è nella prolusione del cardinale Bagnasco e commenta un massacro la cui notizia, data da Avvenire e poi filtrata nell’aula del Sinodo per l’Africa, non ha avuto grande eco: la morte per crocifis­sione di sette cristiani in Sudan. Ra­gazzi fra i quindici e i vent’anni uc­cisi in una macabra parodia del Golgota. Una sorte che, davvero, con gli occhi dell’Occidente pare «incredibile, e quasi impossibile». Come i massacri dei cristiani del­l’Orissa; o in Pakistan dove può ba­stare una denuncia di blasfemia contro il Corano per essere giusti­ziati.
Incredibili, impossibili destini, al­lo sguardo dei «popoli della libertà talora sprecata». Noi: credenti o meno, o affatto, e però cresciuti nell’alveo accogliente di un Occi­dente da quasi duemila anni cri­stiano. Alveo in cui si è sedimenta­to, come un limo, l’idea cristiana di persona e di libertà e di diritti dell’uomo. Così che è ovvio, indi­scusso che ciascuno preghi il suo Dio, o non ne preghi nessuno. In Stati laici maturati elaborando fa­ticosamente nella storia il con­fronto con quella grande origina­ria matrice che è il cristianesimo. E, dunque, «impossibile, e quasi in­credibile » oggi per noi la notizia di quelle sette croci innalzate in Su­dan.

Noi, siamo i popoli liberi. Appena ieri a Berlino abbiamo festeggiato i vent’anni della caduta del Muro. Alle spalle, ormai, oltre sessant’an­ni di pace; e cos’è stato il totalita­rismo in Europa, i nostri figli lo san­no appena. Guardano Schindler’s list come guarderebbero delle cro­nache marziane. Loro, sono nati li­beri.
Ma, in questa libertà ereditata, scontata, qualcosa può perdersi. Prima di tutto, proprio la coscien­za che niente è per sempre garan­tito, e che la ogni libertà va nutrita e cresciuta. In quanti ormai non andiamo nemmeno, disamorati, a votare. Don Carlo Gnocchi scrive­va con passione di come l’occu­parsi del «bene comune» fosse un obbligo morale dei cristiani. (Ma lui era stato sul Don con gli Alpini, nel fondo del massacro; lui aveva visto come finisce, quando un po­polo abdica alla propria libertà).
Altro rischia anche di perdersi, nel­la libertà ricevuta senza una ade­guata memoria. Il senso stesso del fare comune, del costruire insie­me, che si frammenta in una ga­lassia di individuali interessi. Leci­ti, oppure no. Ma comunque nella logica di un fare solo per sé. L’essere insieme, la relazione con l’altro im­poverita a una, a volte infastidita, pura coabitazione. Nelle porte chiuse e anonime di mille quartie­ri dove, magari educatamente, ci si ignora.
Noi, popoli della libertà talora spre­cata, la sera davanti alla tv, che ci in­segna – lei veramente grande mae­stra – cosa fare, del nostro tempo e del nostro denaro. Che instilla de­sideri e imperativi. Che spiega che è naturale che i matrimoni finisca­no, e che ora, ragazze, per abortire basta una pillola: è il progresso, che procede inarrestabile. Schiamazza dallo schermo la compagnia sguaiata del Grande Fratello: in sei milioni la contemplano e sognano di essere, un giorno, fra gli eletti.
C’è ancora tuttavia, nelle scuole e negli ospedali di questa Italia, ap­peso al muro un crocifisso. È Cri­sto in croce, e in quello scabro se­gno è rappresa, tacita, per molti quasi inconscia, la memoria del­l’Occidente cristiano. Che sia tolto da lì, ha ordinato una Corte di set­te saggi da Strasburgo – dal cuore dell’Europa, di quell’Europa dove ogni città s’è allargata attorno alla sua cattedrale come una vite dal tronco.
E noi qui a discettare se quella cro­ce sul muro urti la libertà. Se non comprima le giovani coscienze. Quei là in Pakistan e in Orissa e in Iraq, perseguitati, nascosti. E quel­le sette croci in Sudan, il martirio che matura di nuovo nel deserto del fondamentalismo, dell’odio, della negazione dell’uomo. Noi, popoli della libertà talora sprecata, che guardiamo vacui e distratti: «incredibile, quasi impossibile», che queste cose accadano ancora oggi, e davvero. (
Marina Corradi - "Avvenire" - 11 Novembre 2009)

 

 
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